Il processo per il crollo del Ponte Morandi è arrivato alle sue battute finali nell'aprile 2026. Uno dei momenti più drammatici e tecnicamente rilevanti delle ultime udienze ha riguardato lo scontro frontale tra i Pubblici Ministeri e i collegi difensivi in merito alla conservazione delle prove materiali. Al centro del dibattito, una questione che potrebbe spostare gli equilibri della sentenza: che fine hanno fatto i pezzi mancanti della struttura?
Lo scontro in aula: repliche e scintille
Durante la fase delle repliche, il PM Marco Airoldi ha risposto con fermezza alle eccezioni sollevate dai legali degli imputati (ex vertici di Autostrade per l'Italia e Spea). La difesa si arrampica sugli specchi tentando di minare la credibilità dell'impianto accusatorio sostenendo che l'assenza di circa 40 metri di reperti renda impossibile una perizia definitiva sulle cause del cedimento (lampanti e note a tutti da sempre).
La risposta della Procura è stata lapidaria: quei detriti non sono stati smarriti per negligenza, ma sono stati "distrutti e polverizzati" dalla violenza inaudita dell'impatto e dalla concitazione dei primi soccorsi.
La tesi della polverizzazione dei detriti
Secondo le ricostruzioni tecniche della Procura di Genova, la dinamica del crollo ha generato una forza d'impatto tale da trasformare porzioni di calcestruzzo e componenti strutturali in polvere o frammenti non più analizzabili. Ed è credibile pensarlo: parliamo di migliaia di tonnellate cadute da 50 metri, in aggiunta al lavoro incessante delle ruspe e dei mezzi pesanti che nelle prime 48 ore erano concentrate ad estrarre i sopravvissuti dalle macerie, più che a conservare delle prove.
Perché i "40 metri mancanti" sono così importanti?
Per i difensori degli imputati, ogni centimetro di acciaio e cemento avrebbe potuto raccontare una storia diversa: un difetto di costruzione originale, un evento esterno imprevisto o un vizio occulto non rilevabile con le normali manutenzioni (certo, come se le avessero fatte, le manutenzioni...).
Senza la totalità dei reperti, la difesa sostiene che la ricostruzione del crollo sia basata su una "scelta parziale" di prove, violando il principio della prova completa. Al contrario, i periti dell'accusa e del GIP hanno sempre affermato che lo stato degli stralli e delle pile superstiti fornisce prove inconfutabili del degrado dovuto alla mancata manutenzione.
Verso la sentenza di primo grado (estate 2026)
L'articolo 533 del Codice di Procedura Penale impone la condanna solo quando la colpevolezza è provata "oltre ogni ragionevole dubbio". La strategia delle difese punta esattamente a questo: trasformare quei 40 metri di macerie polverizzate in un ragionevole dubbio.
Tuttavia, i PM Airoldi e Cotugno hanno ribadito che la "verità dei fatti" emerge dai documenti interni, dalle mail scambiate tra i dirigenti e dai sensori che già anni prima segnalavano anomalie preoccupanti. Senza contare le recenti rivelazione del teste chiave, lo strutturista Emanuele Codacci Pisanelli, di cui trovate qui l'articolo completo.
Oltre 50 imputati tra dirigenti e tecnici, accuse di omicidio stradale plurimo, disastro colposo, omissione di atti d'ufficio e falso, migliaia di file estratti dai server di ASPI e Spea che dimostrerebbero la consapevolezza dello stato precario del ponte: c'è poco da arrampicarsi...
Ma in Italia tutto è possibile, staremo a vedere...